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Porto Torres 24notizieportotorresCulturaSocietà › Porto Torres, lavoro: «La dignità perduta»
Giuseppe Marceddu 29 gennaio 2016
La osservo ancora un po’ spiandola dallo stretto spazio che la porta semichiusa mi concede, protetto dal buio del corridoio. Il dramma della disoccupazione e del disagio sociale nel racconto di Giuseppe Marceddu
Porto Torres, lavoro: «La dignità perduta»


PORTO TORRES - La osservo ancora un po’ spiandola dallo stretto spazio che la porta semichiusa mi concede, protetto dal buio del corridoio. La lampada accesa sul comodino illumina di una luce calda le sue guance rosse mentre un sorriso accompagna la mano che accarezza i capelli biondi della Barbie. Il pianto di due ore prima è svanito e svanita è la disperazione per l’addio alle sue amichette della piscina. Non potevo più accettare quella solidale disponibilità, mi sembrava di rubare. «Non è definitivo amore mio, vedrai, appena papà parlerà con quel signore riprenderà a lavorare e tu potrai tornare a fare nuoto.» C’è sempre un signore che deve dare la svolta alla mia vita. Da tre anni c’è sempre un signore che la mia vita e quella di Marta e Paola ce le ha in mano. Ma è sempre un signore con la “s” minuscola.

Alle volte è un povero cristo che la speranza di un progetto gli riattiva un barlume di ottimismo ma che si spegne in poche settimane uccidendo la promessa in due parole cariche di incolpevole imbarazzo: «Mi dispiace». Alle volte è uno squalo travestito da signore, uno di quelli che nuotano fra le carcasse saziandosi della disperazione alla deriva. Un “si” pieno di narcisismo per uno stipendio dimezzato che ha vita per un paio di mesi e che poi si dissolve in scuse nauseabonde fino al momento della consapevolezza e degli ennesimi titoli di coda. Alle volte è solo un signore che appare nei sogni notturni e che la luce dell’alba disperde in un risveglio. Marta ha chiuso gli occhi e la sua mano si apre facendo cadere sul pavimento la piccola miss bionda che ora giace immobile accanto alle scarpe nuove di mia figlia. Sono ridiventate nuove da tre giorni, da quando il calzolaio me le ha riconsegnate stringendo in un pugno le cinque euro liberate poco prima dal salvadanaio di Marta. Le scarpe erano di Francesca, la figlia di mia sorella, di due anni più grande di Marta, ma erano quasi nuove, solo un tacco appena scollato.

Chiudo la porta lentamente per non svegliarla e nel buio bacio il pannello tamburato immaginando il calore delle sue guance sulle labbra. In cucina Paola mi aspetta pronta per il taglio. La raggiungo superando il tavolo sparecchiato dove il fascicolo del tribunale con le sue fredde righe è ancora aperto alla pagina in cui la parola “asta” spicca fra le altre senza senso. «Iniziamo?» mi chiede con una voce mista di rabbia e tristezza. Mi siedo e in un attimo il telo mi avvolge. La guardo attraverso lo specchio della cassettiera di fronte. E’ bella, è proprio bella mia moglie. Tredici anni di matrimonio dopo quattro di fidanzamento e ancora il profumo della sua pelle e il suo sguardo intenso di iridi verdi provocano in me un istinto a cui è difficile resistere.

L’ho conosciuta nel negozio dove lavorava, ad un passo dalla piazza. C'ero entrato per acquistare una camicia e la sua bellezza di occhi verdi, di eleganza innata e di sorrisi di denti bianchissimi mi aveva paralizzato. La sua arte di abile commessa mi aveva invece fatto acquistare anche due paia di calzoni e una giacca orrenda che non avrei mai indossato. Le settimane seguenti le avrei passate andando su e giù per il corso per incrociare il suo sguardo attraverso la vetrata d’ingresso e godere dei suoi cenni di saluto. Due mesi dopo avrei trovato il coraggio per invitarla ad uscire. «Sei bellissima» sussurro al riflesso del suo viso che ho davanti. Paola si blocca con le forbici in una mano e il pettine nell’altra. «Smettila» mi dice, visibilmente infastidita e volge lo sguardo verso la finestra mentre una lacrima le solca il viso fermandosi sotto il mento.

«Ho visto mio padre questo pomeriggio, quello è il frutto del nostro incontro» le dico indicando il biglietto disteso sulla cassettiera. L’avevo notato mentre attraversava la piazza del comune per andare a sedersi sulla panchina sotto gli alberi. Ho lasciato la piazza della Consolata attraversando il corso per raggiungerlo. Le luci delle luminarie natalizie cominciavano a rendersi più visibili con la sera che avanzava. «Che ci fai qui?» aveva esordito da sotto il borsalino. «Avevo un appuntamento con un amico che conosce un tizio che cerca qualcuno per dargli una mano per ristrutturare il bagno di casa. Vedremo». «Paola?» «Niente, non riesce a trovare niente.» Ero seduto accanto a lui, sulla panchina. «Perché non ti rivolgi ai servizi sociali?» mi chiede indicandomi il palazzo comunale. «Mai!» rispondo quasi seccato. Infila la mano nella tasca posteriore dei pantaloni. «Ti prego, no!» Mi incastra con forza un biglietto da cento euro fra le gambe, si alza, sistema il capello sulla testa e prima di allontanarsi mi bacia sulla fronte.

«A noi ci basta poco». Mi sorride e poi si avvia verso casa. Il taglio è praticamente perfetto, anche meglio di quello dei parrucchieri frequentati fino a tre anni prima. Paola è in bagno e io mi infilo sotto le coperte. Arriva dieci minuti dopo, si spoglia e indossa una sottoveste nera. Le guardo le gambe e il segno dei glutei sotto il raso nero. Si distende sotto le coperte e la pelle nuda delle sue gambe a contatto con le mie mi provoca un brivido d’eccitazione. Le accarezzo le spalle e la bacio sul collo. «Per favore!» ringhia a denti stretti poi si allontana fino al bordo del letto. Spegne la luce. Mi giro dalla mia parte rannicchiandomi nel buio. L’ansia comincia a salire alla velocità della luce.

Il respiro si fa faticoso. I pensieri vorticano alla ricerca di una soluzione che non c’è. Una cappa pesante di ghisa mi opprime. Non vedo via d’uscita. Non c’è via d’uscita. Affondo il viso nel cuscino e nella mia solitudine soffoco un pianto che vorrebbe urlare. Nel silenzio della notte il fruscio delle lenzuola è il suono della sua presenza. Le sue braccia mi avvolgono il busto. Il suo corpo aderisce al mio. Mi bacia una spalla, poi avvicina le labbra al mio orecchio. «Ce la faremo, vedrai». E' il crollo. Ora il pianto esplode in singhiozzi che non posso più contenere. Immagini di giorni sereni si susseguono in una frenetica giostra di vita perduta. Piazze di città straniere, distese di mare cristallino, la t-shirt di Marta sporca di gelato, le risate di Paola al tavolo di un bar, la battuta di Mario davanti al tornio, l'emozione che fa cadere la penna davanti al notaio, la schiuma che avvolge la Golf nuova fiammante in una domenica mattina. Un lamento di bambino disperato mi attraversa le viscere mentre le lacrime di Paola mi inzuppano i capelli. La sconfitta è insopportabile e ha un solo sapore. Quello della vergogna.
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